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Salute Via libera dall'AIFA

Nuovo trattamento per l'artrite reumatoide

La pandemia ha annullato il 40% di diagnosi precoci

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Nuovo trattamento per l'artrite reumatoide Archivio fotografico Pas

Un anticorpo monoclonale, fino ad ora somministrabile in Europa solo per via endovenosa, da oggi avrà una formulazione sottocutanea generando così risparmi per il Sistema sanitario nazionale e benefici per chi soffre di artrite reumatoide. Lo ha deciso l'AIFA, dopo un lungo iter di approvazioni.

«La disponibilità di un simile trattamento aumenta le opzioni per i pazienti, facilita la somministrazione e la rende più pratica – spiega Roberto Caporali, professore di Reumatologia all’Università di Milano e Direttore del Dipartimento di Reumatologia e Scienze mediche presso la ASST Pini CTO di Milano –. Dal punto di vista clinico, la somministrazione sottocutanea permette di adottare un approccio a dose fissa, che si rivela semplice, pratico e può ridurre il rischio di errori terapeutici. I benefici potenziali di questa somministrazione includono anche l’ottimizzazione delle risorse mediche e il miglioramento dell’impatto sulla qualità della vita del paziente e di eventuali caregiver. Le strutture ospedaliere, infatti, possono proseguire le terapie croniche senza l’occupazione di poltrone infusionali, minimizzando le visite e gli accessi, riducendo le probabilità di contagi in epoca pandemica, oltre che i tempi e i costi normalmente richiesti».

Attualmente questo anticorpo è approvato e rimborsato in Italia solo per il trattamento dell’artrite reumatoide, ma presto l’uso potrebbe estendersi alle altre patologie già previste a livello europeo: spondilite anchilosante, artrite psoriasica, psoriasi, malattia di Crohn, colite ulcerosa.

«La decisione di AIFA permette di arginare la trascuratezza delle patologie croniche che si era acuita con lo scoppio della pandemia – evidenzia Antonella Celano, presidente APMARR, Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare –. Nel 2020, per noi affetti da patologie croniche sono venuti meno i necessari follow-up, la continuità assistenziale, sono state annullate visite e di conseguenza si è perso il 40% di diagnosi precoci. Il tutto ha minato l’aderenza terapeutica e, per le mancate diagnosi precoci, avremo un aumento nel prossimo futuro dei costi sociali. Nella prima fase pandemica è emersa un’ulteriore criticità relativa alla carenza dei farmaci, molti di questi già adoperati nelle nostre patologie sono stati usati contro il Covid, provocando di conseguenza difficoltà nell’approvvigionamento».

Pubblicato il: 29-03-2021
Di:
FONTE : Università di Milano

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