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I farmaci equivalenti: leggende e verità

Dire generico non suona bene in italiano: sembra che si tratti di un farmaco poco specifico, che va bene per diversi usi, quindi un prodotto di qualità inferiore rispetto all'originale

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I farmaci equivalenti: leggende e verità iStock

È meglio perciò parlare di equivalenti, il cui mercato dal 2002 è in continua crescita in Italia. Esiste ancora, tuttavia, una certa diffidenza da parte del cittadino e qualche riserva da parte degli operatori sanitari. 

Vale quindi la pena di dare qualche chiarimento in merito. 

Un medicinale equivalente può essere definito come essenzialmente simile a un farmaco originale, di marca, avente cioè lo stesso principio attivo, già ampiamente utilizzato, di cui è scaduto il brevetto. Una volta scaduto il brevetto qualunque azienda, purché abbia ottenuto il benestare del Ministero della salute, può commercializzare il farmaco equivalente che, quindi, è un farmaco interscambiabile con quello da cui deriva, nella stessa forma farmaceutica, contenente la medesima quantità di principio attivo, da assumere allo stesso dosaggio, con le stesse modalità.

La domanda più ricorrente che viene posta al medico e al farmacista è: ma vengono eseguiti dei controlli sulla qualità di questi medicinali? La risposta è si, i controlli ci sono, sia prima che dopo la loro immissione in commercio. Vengono infatti eseguiti degli studi di bioequivalenza, cioè vengono raffrontati i parametri che determinano la biodisponibilità, ovvero quanto principio attivo e a che velocità viene reso disponibile nel circolo sistemico. Una volta superata questa e altre prove, il prodotto viene immesso sul mercato, ma anche qui non è abbandonato a se stesso, in quanto l’Istituto Superiore di Sanità segue, nell’ambito di programmi di farmacosorveglianza, il percorso di tutti i farmaci e, negli ultimi anni, in particolare degli equivalenti. 

La vera differenza tra l’equivalente e il farmaco di riferimento è il prezzo; questo si spiega con il fatto che gli originali hanno dovuto sostenere il costo della ricerca, a differenza delle loro copie, che devono costare almeno il 20% in meno del prodotto da cui deriva. 

In caso di differenza di prezzo, il Servizio Sanitario Nazionale rimborserà il farmaco meno costoso e perciò sarà il cittadino a pagare tale differenza (a eccezione degli invalidi di guerra). Il farmacista proporrà all’utente la sostituzione con l’equivalente, a meno che il medico non abbia apposto esplicito divieto sulla ricetta. È quindi diritto del cittadino decidere se accettare lo scambio o pagare la differenza di prezzo. La stessa cosa vale anche per i farmaci di fascia C per i quali esiste un equivalente. Oggi, in Italia, i farmaci-copia sono meno diffusi rispetto ad altri Paesi europei, dove sono commercializzati da più tempo e ci sono più molecole libere da brevetto, ma il tempo e l’informazione permetteranno di superare gli ostacoli per usufruire di questa importante opportunità. 

Pubblicato il: 21-09-2020
Di:
FONTE : Fondazioneveronesi.it

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