Sondaggio

Sondaggio

La scelta vegetariana: perché lo fai?
Vota

Terme di Comano

Comano: valle della salute
Vai allo speciale

Salute Scoperta nuova variante genetica dell'Alzheimer

Nuove prospettive di ricerca nella lotta all'Alzheimer

Una donna, geneticamente predisposta a mostrare i primi sintomi clinici di questa forma di demenza poco dopo i 40 anni, è rimasta protetta per trent'anni dal declino cognitivo e ciò grazie a una doppia - e rarissima - variante genetica

3.5 di 5
Nuove prospettive di ricerca nella lotta all'Alzheimer iStock

Dalla Colombia giunge una speranza per quanto riguarda la ricerca nell'ambito del morbo di Alzheimer: una donna, geneticamente predisposta a mostrare i primi sintomi clinici di questa condizione poco dopo i 40 anni, è rimasta protetta per trent'anni dal declino cognitivo e ciò grazie a una doppia - e rarissima - variante genetica. 

La signora vive a Medellín e fa parte di una famiglia estesa di 6 mila persone nate nella città e in alcuni remoti villaggi andini: tutti soggetti predisposti a una forma di Alzheimer precoce riconducibile a una variante genetica ormai nota, sul gene Presenilin 1, e legata a un andamento piuttosto prevedibile del declino cognitivo, con i primi sintomi attorno ai 44 anni e la morte entro i 60. 

Anche se la versione colombiana della malattia interessa una minuscola frazione dei pazienti con Alzheimer, questa famiglia è studiata da decenni, e quando un gruppo di ricercatori guidato da Eric Reiman, direttore generale del Banner Alzheimer's Institute di Phoenix (Arizona), si è accorto che una 70enne con la mutazione in oggetto non mostrava ancora neanche le prime avvisaglie di demenza, si è deciso di esaminare il caso più approfonditamente; in uno studio pubblicato su Nature Medicine.

Gli esami di neuroimaging, eseguiti dai ricercatori, hanno rivelato che il cervello della paziente era disseminato di placche amiloidi, i depositi di proteina beta-amiloide caratteristici della malattia. Ciononostante, la donna esibiva una forma cognitiva degna di una 45enne: la protezione di cui sembrava beneficiare non poteva derivarle da un'elevata scolarità - avendo ella appena un anno appena di istruzione alle spalle - doveva pertanto dipendere da un fattore biologico. Inoltre, nel cervello della paziente non c'era praticamente traccia dei grovigli di proteina tau che di solito contaminano le cellule cerebrali di chi è affetto dalla malattia; per di più anche neurodegenerazione e atrofia cerebrale risultavano ridotte al minimo.

Dalle analisi genetiche della paziente  è emersa una doppia mutazione estremamente rara a carico di un gene comune e importante nello studio dell'Alzheimer, l'APOE, che si presenta in tre varianti. Una di queste, l'APOE4, aumenta di molto il rischio di sviluppare la malattia ed è presente nel 40% dei pazienti con Alzheimer. La donna presentava due copie della variante APOE3, la più comune, ma entrambe con una mutazione nota come Christchurch (dal nome della città neozelandese in cui è stata scoperta). Ebbene, la fortuna della paziente è proprio nella doppia mutazione, che si trova in un'area del gene che si lega a un composto che favorisce la diffusione della proteina tau nei cervelli con Alzheimer. La doppia mutazione ha avuto un effetto talmente potente da impedire quasi del tutto che questo legame si formasse.

Dallo studio emergono almeno due elementi importanti. Il primo è che i prossimi trattamenti potrebbero concentrarsi sulla riduzione, o il silenziamento, del gene APOE, anziché sulla lotta agli accumuli proteici, che negli ultimi anni ha condotto a diversi fallimenti. Il secondo riguarda il ruolo della proteina beta-amiloide: poiché il cervello della paziente ne ospitava in grandi quantità, senza accusarne però i danni, ciò potrebbe indicare presumibilmente una dissociazione tra accumulo di amiloide e patologia da tau, neurodegenerazione e declino cognitivo.

Pubblicato il: 13-11-2019
Di:
FONTE : Nature Medicine

© 2019 sanihelp.it. All rights reserved.