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Salute L'altra faccia della fuga dei professionisti all'estero

Burnout in corsia: tra i medici regna rassegnazione e paura

I dati di un questionario a cura della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri parlano chiaro: un professionista su due ha subito aggressioni; il 48% di questi le ritiene eventi abituali; il 12% addirittura inevitabili

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Burnout in corsia: tra i medici regna rassegnazione e paura iStock

La fuga dei professionisti medici che si formano in Italia per poi decidere di approfittare di condizioni di lavoro e di vita più agiate e meno stressanti all'estero oramai non fa più notizia: sebbene la gravità della situazione dovrebbe far indignare i cittadini, che si vedono scippare i migliori specialisti che dovrebbero prendersi cura della loro salute, tale fenomeno sembrerebbe al contrario accolto con rassegnazione. D'altronde è normale che un lavoratore, per quanto possa essere spinto da valori più alti del solo stipendio, subisca il fascino di sirene provenienti da luoghi in cui sembrerebbe più facile esercitare. Se insomma, come detto, il fatto che medici specializzati vadano all'estero alla ricerca di condizioni lavorative più stabili ed appaganti non rappresenta più una novità, anche l'altra faccia della medaglia non fa più scalpore. La situazione sempre più precaria ed instabile di alcuni ospedali nostrani impongono a chi rimane turni interminabili, stipendi meno lauti, ansia e stress, tanto che è sempre più diffusa in corsia la sindrome da burnout.

La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri (FNOMCEO) ha di recente presentato i dati di un questionario al Ministero della Salute: il quadro che ne emerge è davvero preoccupante. Il 50% dei medici e degli operatori sanitari dichiarano infatti d'aver subito una qualche forma di aggressione verbale: per il 4% si parla addirittura di aggressione fisica. Di questi, più della metà afferma che tale violenza, sia essa un insulto o una vera e propria colluttazione, era assolutamente preventivabile: tuttavia il 78% dei medesimi non è a conoscenza se esistano o meno procedure da attivare per poter prevenire efficacemente tali atti, o quanto meno gestirli mentre vengono compiuti. Il 38% dei 5.000 professionisti intervistati si dichiara poco o per nulla sicuro; il 46% è molto preoccupato di subire angherie di qualche tipo; il 48% di chi le ha sofferte le ritiene abituali; il 12% addirittura inevitabili.

Non è dunque una sorpresa, dai risultati emersi, che in corsia serpeggi in maniera pesante la sindrome da burnout, ovvero quella sorte di morte professionale derivante da un'iniziale idealizzazione del proprio lavoro, che piano piano scontrandosi con la realtà e le difficoltà sfocia nel pessimismo, nella frustrazione, nella rassegnazione. Una rassegnazione che sfocia nell'accettazione che le aggressioni siano all'ordine del giorno e che debbano essere in qualche modo tollerate, perché tanto non si può fare nulla per prevenirle. D'altronde non è sempre facile gestire i famigliari dei pazienti, che vogliono risultati certi in tempi ragionevoli e che, se non li ottengono, spesso incolpano proprio il personale sanitario. 
 

Pubblicato il: 20-06-2019
Di:
FONTE : FNOMCEO

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