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Salute Nuove applicazioni del supermateriale

Realizzata la prima retina artificiale in grafene

Testata in laboratorio e su modelli animali, è risultata perfettamente biocompatibile e in grado di avvicinarsi moltissimo alle funzionalità della retina umana

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Realizzata la prima retina artificiale in grafene iStock

Scoperto una quindicina di anni or sono, il grafene è un materiale a base di carbonio le cui caratteristiche - spessore ridottissimo (un solo atomo), resistenza, flessibilità e leggerezza - trovano applicazione in svariati ambiti: dalla medicina alla tecnologia spaziale, sino all'abbigliamento. Ed è proprio utilizzando il grafene che un team internazionale di ricercatori dell'Università del Texas e dell'Università Nazionale di Seoul ha realizzato la prima retina artificiale a base di questo straordinario materiale, recentemente presentata all'American Chemical Society.

La retina è formata da uno strato di cellule sensibili alla luce, si trova sul fondo dell'occhio e si occupa di convertire i segnali luminosi in impulsi elettrici che, immediatamente, vengono trasformati in immagini dal cervello. Si tratta di un organo molto importante ma, purtroppo, anche molto delicato; traumi o malattie - la maculopatia, la retinite pigmentosa o la retinite da diabete - possono danneggiarla, portando alla riduzione o persino alla perdita completa della vista.

Per questo motivo la ricerca nell'ambito della realizzazione di retine artificiali è fondamentale. Quest'ultimo tipo di retina, che sembra funzionare molto meglio di quelle messe a punto fino ad oggi, è stato realizzato impiegando una combinazione di: grafene, oro, alluminio, silicio e un altro materiale bidimensionale, il disolfuro di molibdeno.

Il coordinatore della ricerca, Nanshu Lu, e i suoi colleghi hanno testato la retina in grafene in laboratorio e su modelli animali: è risultata perfettamente biocompatibile e in grado di avvicinarsi moltissimo alle funzionalità della retina umana. I fotorecettori artificiali sono stati cioè in grado di assorbire i segnali luminosi e trasformarli in segnali elettrici che sono stati veicolati a un circuito elettronico esterno. Va precisato che si tratta ancora di uno studio in fase embrionale, ed è pertanto difficile fare previsioni circa una sua eventuale applicazione su pazienti umani.

Pubblicato il: 21-09-2018
Di:
FONTE : American Chemical Society

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