Sondaggio

Sondaggio

La scelta vegetariana: perché lo fai?
Vota

Terme di Comano

Comano: valle della salute
Vai allo speciale

Salute Uno studio tutto italiano

Dallo zafferanno un'arma contro l'Alzheimer

Una spezia in grado di agire come uno 'spazzino', ossia favorendo la degradazione della proteina beta-amiloide, la proteina tossica principale indiziata di causare la malattia

4 di 5
Dallo zafferanno un'arma contro l'Alzheimer Thinkstockphotos

l’Alzheimer è una malattia quasi certamente determinata da un accumulo anomalo di alcune proteine nel cervello, il quale provoca una progressiva perdita di memoria. Con essa si dimenticano informazioni apprese di recente, nonché date o eventi importanti, si possono evidenziare difficoltà a leggere e scrivere, oltre che nel parlare e nello svolgere funzioni elementari. Quali siano le cause di questa patologia non è ancora ben chiaro, anche se diverse ricerche indicano i fattori in grado di porre i soggetti predisposti in una fascia di rischio più elevata, tra questi: l’età avanzata o alcune malattie cardiovascolari.

Secondo un recente studio tutto italiano un estratto dello zafferano potrebbe venire impiegato per realizzare nuovi farmaci contro l’Alzheimer: pubblicata sul Journal of the Neurological Science, la ricerca - coordinata da Antonio Orlacchio, direttore del Laboratorio di Neurogenetica del Centro europeo di ricerca sul cervello (CERC) dell’Irccs Santa Lucia di Roma e professore di Genetica medica all’Università di Perugia - sostiene che questa spezia è in grado di agire come uno ‘spazzino’, ossia favorendo la degradazione della proteina beta-amiloide, la proteina tossica principale indiziata di causare la malattia.

Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno trattato in provetta - insieme a un componente attivo dello zafferano, una trans-crocetina - le cellule immunitarie di 22 pazienti con la forma più diffusa di Alzheimer e con un quadro di declino cognitivo ancora lieve. Dai risultati, è emerso che questo componente può portare alla degradazione della proteina tossica beta-amiloide attraverso il potenziamento dell’attività di un enzima di degradazione cellulare chiamato catepsina B. Tutto ciò senza che a livello cellulare sia emersa alcuna forma di tossicità.

Il prossimo passo, dichiarano gli scienziati, sarà quello di allargare lo studio a livello cellulare prima di passare, si spera in breve tempo, a un trial clinico sull’uomo: un lavoro sui pazienti per verificare l’effetto di questo approccio.

Pubblicato il: 27-11-2017
Di:
FONTE : Journal of the Neurological Science

© 2017 sanihelp.it. All rights reserved.