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Salute Tassi di mortalità ridotti tra il 25 e il 32%

Tumore alla prostata e PSA: una scoperta fondamentale

Da una ricerca sembra giungere la conferma della validità, come screening, del test del PSA per i tumori della prostata

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Tumore alla prostata e PSA: una scoperta fondamentale Thinkstockphotos

Il tumore alla prostata è uno dei più frequenti nell’uomo, nonché la terza causa di morte per neoplasia. Tra gli esami associati a questa forma di cancro vi è il dosaggio del PSA, ossia del cosidetto ‘antigene prostatico specifico’ (una proteina prodotta dalle cellule della ghiandola prostatica). Mentre tutti concordano sull’utilità di tale esame per controllare nel tempo i casi già trattati (operati, radio trattati o in terapia ormonale), molto più controverso è il suo utilizzo per passare al setaccio tutti gli uomini sani, di una certa età, in modo da individuare l'eventuale presenza di tumore alla prostata in fase precoce.
Ora, tuttavia, grazie a uno studio condotto da un team di scienziati della Michigan University, coordinati da Alex Tsodikov, sembra possibile confermare l’utilità del PSA proprio come screening. I dati forniti dai ricercatori americani sembrano parlare chiaro: attraverso la sua attività di prevenzione, il test del PSA avrebbe ridotto significativamente il tasso di mortalità per carcinoma maligno alla prostata a valori compresi tra il 25 e il 32%.
Lo studio, pubblicato su Annals of Internal Medicine, è giunto a tali conclusioni per mezzo di un’indagine comparativa tra due precedenti ricerche, svolte sulla questione in anni precedenti: partendo da queste, Tsodikov avrebbe elaborato un modello matematico ‘ponte’ che tiene conto delle differenze esistenti tra le due.
Stando ai dati forniti dall’AIRC (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), il tumore alla prostata rappresenta circa il 15% di tutti i tumori diagnosticati nell’uomo; le stime più recenti, relative all'anno 2015, parlano di 35 mila nuovi casi all’anno nel nostro Paese. C’è da dire comunque che il rischio che la malattia abbia un esito nefasto non è particolarmente elevato, soprattutto se si interviene in tempo: a dimostrazione di ciò sono anche i dati relativi al numero di persone ancora in vita a cinque anni dalla diagnosi - in media il 91% - una percentuale tra le più elevate tra i tumori, soprattutto se si tiene conto dell'età avanzata dei pazienti e quindi delle altre possibili concause di morte.

Pubblicato il: 26-10-2017
Di:
FONTE : Annals of Internal Medicine

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