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Salute Una malattia lenta ma inesorabile

Come curare il Parkinson con un farmaco contro il diabete

I ricercatori si augurano che l'exenatide non si limiti a nascondere i sintomi della malattia, ma agisca sui suoi meccanismi

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Come curare il Parkinson con un farmaco contro il diabete Thinkstockphotos

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa, ad evoluzione lenta ma progressiva, che porta a tremori, rigidità muscolare, perdita dell’equilibrio e della memoria; tutto ciò a causa della morte dei neuroni che producono la dopamina. Si sa che, mediante terapia, aumentando i livelli di dopamina si alleviano i sintomi; tuttavia il processo neurodegenerativo non si arresta e, pertanto, la malattia continua lentamente a peggiorare. 

Dato che la scienza non è ancora riuscita a comprendere le cause che portano i neuroni alla morte e, pertanto, a come bloccare la malattia, la ricerca si svolge principalmente su questo campo. E’ proprio in questa direzione che si è mosso un recente studio, pubblicato sulla rivista Lancet, di un team di ricercatori della University College London. Gli scienziati dichiarano di essere riusciti a ottenere un rallentamento della progressione dei sintomi della malattia anche a tre mesi dall’interruzione della terapia sperimentale, ciò grazie alla somministrazione ai pazienti dell’exenatide: un farmaco impiegato sino ad ora per il trattamento del diabete mellito di tipo 2

La ricerca ha coinvolto 62 pazienti, di età compresa tra i 25 e i 75 anni, che al momento del reclutamento presentavano uno stadio moderato di malattia. I volontari sono stati divisi in due gruppi: per la durata di 48 settimane, al primo gruppo è stata somministrata una dose di 2 mg di exenatide, al secondo gruppo un semplice placebo. Nel corso della sperimentazione, e per i tre mesi successivi le somministrazioni, i partecipanti sono stati sottoposti a test per valutare la progressione della malattia: è emerso che chi aveva ricevuto le iniezioni di exenatide era rimasto stabile nelle 48 settimane, mentre il gruppo placebo aveva evidenziato il peggioramento atteso; ma, soprattutto, è emerso che anche ai controlli nelle 12 settimane successive alla sperimentazione i pazienti trattati col farmaco stavano meglio di quelli inseriti nel gruppo placebo.

I ricercatori si augurano che l’exenatide non si limiti a nascondere i sintomi della malattia, ma agisca sui suoi meccanismi. E’ necessario tuttavia essere cauti, perché i risultati della sperimentazione devono essere ancora confermati da verifiche più approfondite.

Pubblicato il: 08-08-2017
Di:
FONTE : Lancet

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