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Salute Determina embolia polmonare e trombosi

Tromboembolismo venoso: uno studio per capirlo meglio

Grazie al registro Garfield si potrà comprendere come le nuove terapie si ripercuoteranno positivamente sulla vita dei pazienti

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Tromboembolismo venoso: uno studio per capirlo meglio Thinkstock

Il tromboembolismo venoso è la malattia cardiovascolare più diffusa dopo la sindrome coronarica acuta e l'ictus, si tratta della formazione di coaguli di sangue nelle vene che causano embolia polmonare o trombosi agli arti inferiori. Un problema i cui numeri sono preoccupanti: solo in Europa e in America uccide 780mila persone all’anno; in Italia, ogni anno, si registrano 150-200 nuovi casi ogni 100mila abitanti, di cui il 15-20% riguarda soggetti affetti da tumore. Questo perché le cellule tumorali producono sostanze che favoriscono la trombosi, a cui va associato il fatto che i pazienti oncologici vengono spesso sottoposti a procedure invasive e ricevono chemioterapici che possono favorire la trombosi.

Del tromboembolismo venoso se ne parla, in questi giorni, al Congresso dell’International Society on Thrombosis and Haemostasis in corso a Berlino; in particolare i riflettori sono puntati sui dati emersi dal registro Garfield. Si tratta di uno studio multicentrico - iniziato nel 2014 e che si concluderà nel 2020 - che ha coinvolto 10.874 abitanti di 28 Paesi di cinque continenti, seguiti per un minimo di 36 mesi dopo la diagnosi.

L’obbiettivo del registro Garfield è studiare il modo in cui, nel corso degli anni, muti la gestione del tromboembolismo nei soggetti che ne sono affetti. Questo perché, negli ultimi anni, le possibilità terapeutiche sono aumentate e l’intenzione è dunque capire come queste innovazioni si ripercuotano sulla vita dei pazienti.

A Berlino sono stati presentati i primi dati che riguardano l'arruolamento di diecimila persone - di cui 700 italiani - affette sia da embolia polmonare, che è la forma più grave, sia da trombosi profonda degli arti inferiori, che è la forma più diffusa. Ciò che è emerso è che  la metà dei pazienti prende ancora gli anti-coagulanti di vecchia generazione ma anche che, fortunatamente, un’altra metà viene curata con i nuovi farmaci anticoagulanti in compresse orali, pertanto senza più necessità di iniezioni, cosa che facilita notevolmente la terapia.

Pubblicato il: 11-07-2017
Di:
FONTE : International Society on Thrombosis and Haemostasis

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