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Salute Il segreto in una zona profonda del cervello

Uno studio italiano spiega l'origine dell'Alzheimer

Alla base della forma di demenza più comune nel mondo ci sarebbe la morte di un gruppo di neuroni situati nel mesencefalo e deputati alla produzione di dopamina: il mancato afflusso della sostanza nell'ippocampo provocherebbe i classici sintomi come perdita di memoria, di appetito, di motivazioni

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Uno studio italiano spiega l'origine dell'Alzheimer Thinkstock

La malattia di Alzheimer è la più diffusa forma di demenza degenerativa progressivamente invalidante, generalmente con esordio in età presenile. Secondo le stime, circa il 60-70% dei casi di demenza sarebbe dovuto a tale condizione e, solo nel nostro Paese, questo disturbo colpisce circa mezzo milione di persone (47 milioni in tutto il mondo). Ogni nuova scoperta relativa al morbo di Alzheimer risulta, dunque, di fondamentale importanza; l’ultima giunge dall’Italia e vede protagonisti alcuni ricercatori dell’Università Campus-Biomedico di Roma, guidati dal professor Marcello D’Amelio.

Lo studio, pubblicato su Nature Communications, fornisce una nuova ipotesi circa l’origine della malattia: la causa risiederebbe nella morte di un gruppo di neuroni, situati in una zona molto profonda del cervello; neuroni che producono dopamina, una neurotrasmettitore che riguarda la memoria, la cui perdita, infatti, è tipicamente il primo sintomo della malattia.

«La ricerca scientifica si è sempre concentrata sull’ippocampo, l’area del cervello che codifica le nuove memorie e richiama le vecchie - afferma D’Amelio - il nostro studio, invece, ha preso in considerazione il mesencefalo, una parte profonda del cervello, dimostrando che la morte delle cellule cerebrali deputate alla produzione di dopamina (che qui si trovano) provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo, che non soltanto ha una funzione mnesica, ma anche motivazionale». La degenerazione dei neuroni che producono dopamina aumenta, infatti, anche le possibilità di una progressiva perdita di iniziativa e di un’alterazione dell’umore: non è un caso che nelle fasi iniziali della malattia si riscontrino non solo deficit di memoria, ma anche un calo di motivazione, di appetito e, a volte, sintomi di depressione.

A conferma dell’ipotesi della dopamina, gli scienziati italiani hanno provato a somministrare ad alcuni topolini di laboratorio, affetti dal morbo, o levo-dopa (un composto precursore della dopamina) o un inibitore della degradazione della dopamina: effettivamente, con entrambi i farmaci, i topi dimostravano di recuperare pienamente sia le capacità mnemoniche sia gli stimoli motivazionali.

Pubblicato il: 04-04-2017
Di:
FONTE : Università Campus-Biomedico Roma, Nature Communications

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