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Salute Nuove scoperte sul fronte della lotta contro il cancro

Una proteina contro il tumore del seno

Secondo uno studio dell'Università di Torino il 20% dei carcinomi mammari è caratterizzato dall'eccesso di una molecola, la ERBB2: per proteggere l'organismo dai suoi effetti dannosi, i ricercatori hanno individuato un'altra proteina in grado di limitare la crescita della neoplasia, definita come p140Cap

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Una proteina contro il tumore del seno Thinkstock

Stando al rapporto 2016 dell’Airtum (Associazione italiana registri tumori), il cancro al seno è, tra la popolazione femminile, quello più frequentemente diagnosticato; nonché la prima causa di morte per tumore. Secondo le statistiche, solo in Italia colpisce circa mezzo milione di donne, una ogni sette. Per questo motivo è di fondamentale importanza la scoperta effettuata al Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze della Salute dell’Università di Torino, tramite uno studio coordinato da Paola Defilippi e di recente pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica Nature.

Il 20% dei tumori mammari è caratterizzato dalla presenza in quantità eccessiva di una proteina, la ERBB2 (o HER2), la quale genera il tumore accelerando la proliferazione cellulare in modo incontrollato, nonché favorendo la sopravvivenza delle cellule tumorali e le metastasi. Grazie allo studio della dottoressa Defilippi si è riusciti ad individuare un meccanismo di protezione dagli effetti prodotti dalla proteina ERBB2; meccanismo protettivo fornito dalla p140Cap, una proteina in grado di limitare la crescita tumorale diminuendo la proliferazione di metastasi e, dunque, di alzare le possibilità di sopravvivenza delle pazienti. Peraltro, la p140Cap, essendo presente nel 50% delle donne affette da tumore ERBB2, funge anche da marcatore predittivo consentendo di individuare rapidamente questa patologia.

Si cerca, ora, di mettere a punto metodologie in grado di aiutare quelle pazienti che non producono naturalmente, come avviene di solito, la proteina p140Cap e sono dunque soggette a una maggiore aggressività tumorale.

Lo studio è stato realizzato in collaborazione con la Città della Salute di Torino e finanziato dall'AIRC (Associazione italiana per la ricerca sul cancro); si è avvalso inoltre dell’aiuto dell’Università di Chieti-Pescara, dell’Università di Camerino, dell’Arcispedale di Reggio Emilia, della svedese Università di Lund e dell’Ifom di Milano.

Pubblicato il: 29-03-2017
Di:
FONTE : Università di Torino, Nature

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