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Salute Il ricordo di Giovanni Scapagnini

Veronesi un Uomo Scienziato dai modi gentili

Racconta il ricercatore che ha frequentato l'oncologo nel corso di questi ultimi 10 anni: era gentile e ascoltava sempre tutti con attenzione. Le sue riflessioni erano caratterizzate da una eccezionale lucidità e acutezza scientifica, condita da una naturale saggezza...

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Veronesi un Uomo Scienziato dai modi gentili Fondazione Veronesi

Sono uomini speciali, ma soprattutto uomini. Della Scienza, della Ricerca, che si incontrano sulla stessa strada della conoscenza e creano collegamenti, amicizie, condivisioni e strategie. Per approfondire e dare spessore al proprio lavoro, un patrimonio a disposizione di tutti perché poi sanno come comunicarlo.

Un lavoro di rapporti oltre che di studio, che non si esaurisce mai, nemmeno a 80, 90 anni, come accaduto con Umberto Veronesi che ci ha appena lasciato alla vigilia del suo 91mo compleanno e che ci viene raccontato da un suo giovane collega. Scienziato anche lui... sulla strada della ricerca. Che non è mai fine a se stessa e che li mette sempre in gioco.

Per questo, quando si incontrano, questi Uomini di Scienza, spesso, nascono grandi amicizie. Condivisioni e visioni. Che andranno avanti. Oltre. 

Giovanni Scapagnini, ricercatore, neuroscienziato, dedica questo ricordo personale al professor Umberto Veronesi: 

Ho incontrato il professor Umberto Veronesi la prima volta quando aveva da poco compiuto gli 80 anni e da allora, negli ultimi 10 anni, ho avuto il piacere di frequentarlo sporadicamente, nel suo delizioso appartamento di Milano, o nel suo luminoso ufficio all’Istituto Europeo di Oncologia.

Nei nostri brevi incontri, ovviamente, parlavamo di scienza, specialmente di nutrizione e longevità, che sono i temi di cui da anni mi occupo. Era molto affascinato dal fenomeno delle popolazioni super centenarie che si concentrano in alcune zone del mondo, e in particolar modo dai miei studi sulla alimentazione degli abitanti di Okinawa, isola a sud del Giappone, dove la gente vive più a lungo, e soprattutto, si ammala di meno.

Tra una chiacchierata e l’altra, negli anni, Il Prof mi presentò ad alcuni dei suoi più stretti collaboratori scientifici, perle della ricerca Italiana. Anche grazie a loro, mi sono ritrovato, invitato, a parlare ad alcuni degli straordinari eventi di divulgazione scientifica organizzati dalla sua Fondazione, come ad esempio il Future of Science di Venezia.

Gli sarò sempre grato per questa opportunità, ma specialmente per avermi dato la possibilità di passare del tempo assieme a lui. Quando riuscivamo a vederci, solitamente ero io a parlare e a illustrargli gli avanzamenti di alcune ricerche. Lui ascoltava con estrema attenzione, e ogni tanto mi interrompeva per aggiungere o puntualizzare un concetto.

Le sue riflessioni erano caratterizzate da una eccezionale lucidità e acutezza scientifica, condita da una naturale saggezza. Non nascondo che ho tratto molti spunti per le mie successive ricerche da quei preziosi momenti di scambio.

C’era però un altro aspetto che immediatamente mi aveva conquistato nel suo modo di porsi e interloquire, e che andava ben oltre la sua qualità scientifica. Era la sua estrema gentilezza, la sua costante attenzione verso il prossimo, scienziato o passante che fosse, e che metteva immediatamente a proprio agio. Il suo essere empatico, la sua natura gentile, non si limitava al solo genere umano.

Ricordo che eravamo a pranzo a Milano, seduti l’uno accanto all’altro, in un ristorante in galleria. Era il periodo in cui, da un punto di vista mediatico, il Prof si era fortemente espresso nei confronti di una alimentazione tendenzialmente vegetariana, per ridurre il rischio di malattie metaboliche e soprattutto oncologiche.

Avendo lui, coerentemente, ordinato una grande insalata mista come piatto unico, non riuscii a resistere alla tentazione di approfondire l’argomento per capire meglio i confini delle sue opinioni, e lo punzecchiai dicendogli che i centenari di Okinawa includono nella loro dieta una importante quota di proteine animali, costituite non solo dal pesce, ma anche da carne di maiale.

Lui prima argomentò, come da manuale, le sue convinzioni su base prettamente scientifica, elencandomi una serie di dati epidemiologici che sostenevano i benefici di una dieta a base di vegetali. Mi disse anche che la carne degli animali di allevamento massivo, che finisce sulle nostre tavole, non è paragonabile a quella di animali allevati in un villaggio, come nel caso di Okinawa.

Fin qui nessuna sorpresa. Poi però, d’improvviso mi guardò con i suoi occhi sorridenti, e aggiunse «quando ero piccolo ho vissuto per lunghi periodi in campagna, tra gli animali da cortile. Le caprette e gli agnellini, i vitelli e i maialini, erano per me come i gatti o i cani per gli altri bambini. Giocavo e dividevo con loro il mio tempo migliore. Come pensi che possa adesso sopportare il peso che i miei amici d’infanzia vengano uccisi e affettati e che io mi nutra delle carni di coloro che ho tanto amato?».

 Ebbi una piccola stretta al cuore, quella disarmante e inaspettata confessione, lungi da essere buonista o animalista, era una onesta e genuina dichiarazione di amore per la vita. Il Prof. era così, diretto e trasparente, in grado di amalgamare scienza etica e gentilezza, un Uomo scienziato, motivato da un grande senso di altruismo globale, che porterò sempre con me come modello a cui ispirarmi.    

Pubblicato il: 09-11-2016
Di:
FONTE : Giovanni Scapagnini

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