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Salute Giornata Mondiale dell'Alzheimer

Un vagone di consigli prima che sia tardi

In occasione dell'evento mondiale del 21 settembre 2016 Aladar Bruno Ianes, direttore sanitario del Gruppo Korian, ci propone un approfondimento sull'innovazione nelle terapie non farmacologiche per la cura della malattia

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Un vagone di consigli prima che sia tardi pixabay

Il 21 settembre 2016 è la data fissata per la Giornata Mondiale dell'Alzheimer, malattia di cui tutti parlano e che potrebbe chiamarsi una delle principali malattie del secolo. È un argomento che interessa un numero impressionante di persone, un mondo composto non solo da malati ma anche da chi li cura o da chi li vorrebbe curare al meglio. Non senza difficoltà.

Ne parliamo in uno dei nostri approfondimenti dedicati alla Giornata Mondiale con Aladar Bruno Ianes, direttore sanitario del Gruppo Korian che è un'azienda leader in Italia nell’offerta di servizi residenziali e terapeutici per la terza e quarta età.

Ecco i numeri impressionanti: in Italia sono 600.000 i malati di Alzheimer ma la cifra non si ferma qui: «A causa dell'invecchiamento della popolazione - spiega l'esperto - purtroppo questi numeri sono destinati ad aumentare. All’Italia va il record di Paese più longevo d'Europa, con 13,4 milioni di ultrasessantenni, pari al 22% della popolazione. Nel mondo le persone affette da Alzheimer sono 46 milioni, più della popolazione della Spagna, e sono destinate a raggiungere i 131, 5 milioni entro il 2050».

Dati alla mano si stima che oggi il costo della malattia sia di 818 miliardi – pari cioè ad un valore di mercato superiore persino a quello di colossi del calibro di Apple (742 miliardi)  e di Google (368 miliardi). Solo nel corso del 2015 si sono verificati più di 9,9 milioni di nuovi casi di demenza a livello mondiale, cioè un nuovo caso ogni 3,2 secondi.

Continua il direttore sanitario di Korian: «Di fronte a questi dati che sembrano catastrofici, bisogna pur dire che migliora tuttavia la consapevolezza. Punto a favore.Ma i tempi di diagnosi restano lunghi. Una recente indagine ci dice infatti che il 47,7% dei caregiver afferma di aver reagito subito alla comparsa dei primi sintomi della malattia del proprio assistito, interpellando il medico di medicina generale (47,2%), lo specialista pubblico (33,1%) o lo specialista privato (13,6%). Solo il 6,1% si è rivolto immediatamente a una Uva (Unità di valutazione Alzheimer)».

«Sempre secondo questa ricerca, la gran parte degli intervistati dichiara di aver ricevuto la diagnosi da un professionista diverso da quello consultato per primo (63,1%). A formulare la diagnosi di Alzheimer è principalmente lo specialista pubblico (65,5%), in particolare un neurologo (nel 35,6% dei casi) o un geriatra (29,9%). Insomma, per concludere, Il tempo medio per arrivare a una diagnosi resta elevato, pur essendo diminuito da 2,5 anni nel 1999 a 1,8 anni nel 2015».

Analizzando cosa c'è attorno a questa grave e difficile malattia, non si può non accennare ai  costi diretti per l'assistenza ai malati di Alzheimer - che superano gli 11 miliardi di euro, di cui il 73% è a carico delle famiglie. E inoltre, secondo le statistiche più recenti, in Italia si sta affermando un modello di assistenza sempre più informale e privata: nella metà dei casi l’assistenza è a cura dei figli, mentre il 38% dei pazienti si è affidato ad una badante. «Ma ciò che preoccupa ancora di più - spiega Aladar Bruno Ianes - è che la stragrande maggioranza dei pazienti non viene seguita né da una Uva né da un centro pubblico (56,6%).

La comunità scientifica sembra concorde ormai sul potere del buono stile di vita nella prevenzione per le malattie neurodegenerative. Fino a che punto questo può incidere? «Lo stress, l’alimentazione e lo stile di vita sono fra i più importanti fattori di rischio per l’insorgenza di forme di demenza, quali l’Alzheimer, e possono accelerarne o rallentarne la progressione - dice il nostro esperto - Oggi grazie alla ricerca scientifica l’obiettivo di una cura efficace per il morbo di Alzheimer sembra essere meno lontano, ma il ruolo della prevenzione resta di vitale importanza per diffondere la conoscenza della malattia e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle sue ricadute sociali ed economiche».

Facile pensare all'alimentazione, allo stress, alla vita attiva: ma c'è dell'altro: «Il trattamento dei disturbi del ritmo sonno/veglia, ad esempio, si è rivelato un importante fattore di prevenzione, ma certamente anche una regolare attività fisica, uno stile di vita equilibrato ed una sana alimentazione giocano un ruolo chiave. L’insorgenza della demenza, ad esempio, è più elevata nelle persone che consumano diete ricche di colesterolo e di carne, di grassi saturi e calorie totali, tutti fattori che giocano un ruolo importante nella formazione delle placche di beta-amiloide e nel danno ossidativo ai neuroni».

Benedetta dieta, vediamo come si deve fare: «La dieta simbolo ed auspicio di buona salute e modello di sana alimentazione è collegata ad un più lento declino cognitivo e ad una riduzione del rischio di demenza, compresa la malattia di Alzheimer e favorisce il corretto apporto di macronutrienti - carboidrati, grassi, proteine - e di micronutrienti quali potassio, sodio, zinco, acido folico, calcio, selenio, vitamina C, D, E. Una dieta sullo stampo di quella mediterranea, a mio avviso, migliora l’apporto di vitamine e minerali, acidi grassi insaturi e polifenoli, riducendo l’assunzione di grassi saturi di origine animale, zuccheri semplici e sale».

Entrando nel dettaglio dei consigli? «Via libera, quindi, a prodotti integrali, legumi (fagioli, ceci, fave, lenticchie), frutta e verdura, carne bianca, uova, con una significativa riduzione del consumo di zuccheri semplici e sale. Semaforo verde anche per pesce azzurro (sgombro, salmone, sarde, alici, aringa), ma anche per frutta secca e semi, frutti rossi, privilegiando nella dieta l’assunzione di prodotti a base di soia, da preferire ai latticini.»

Veniamo all'importanza delle terapie non farmacologiche, il suo argomento principale per la Giornata Mondiale dell'Alzheimer? «Gruppo Korian è un'azienda leader in Europa nella gestione di Residenze per la terza e quarta età presente in Francia, Italia, Belgio e Germania con più di 700 strutture e circa 70.000 posti letto ed ha scommesso da tempo sulle terapie non farmacologiche per accompagnare il malato di Alzheimer in un percorso studiato per controllare e attenuare i disturbi del comportamento – quali l’affaccendamento ossessivo e l’ansia di fuga - e rallentare il declino cognitivo e funzionale».

Fra le più recenti innovazioni del Gruppo nelle terapie non farmacologiche per la cura dei pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer spiccano, ad esempio il camuffamento degli spazi abitativi e architettonici per nascondere le vie di uscita allo sguardo dei malati (ad esempio con raffigurazioni che fanno sembrare le porte delle librerie o degli armadi e con pareti coperte da quadri e piante in modo da rendere le porte non riconoscibili.

C'è poi molto altro: «C'è ad esempio la  Doll Therapy che, tramite l’utilizzo di una bambola da accudire, favorisce l’attivazione della memoria e il recupero, anche se parziale, dell’auto consapevolezza. E gli Ealing Garden (o giardini terapeutici), che attraverso attività di cura dell’orto e degli spazi verdi sotto la supervisione di un esperto, portano il paziente in contatto con la natura regalandogli serenità e soddisfazione per i risultati raggiunti. Poi  la musicoterapia, che rievoca emozioni e reminiscenze agevolando le relazioni col presente. L’arteterapia che stimola la creatività del paziente, consentendogli di sperimentare diversi materiali per esprimere il suo talento artistico ed esprimere così sentimenti, pensieri, ricordi. persino la treno terapia, che vede il nostro Gruppo fra i pionieri assoluti in Italia nell’implementazione del vagone virtuale per dare sollievo ai pazienti affetti da Alzheimer»..

Di cosa si tratta? «In perfetto stile retrò, il vagone consente agli ospiti di vivere un viaggio simulato in treno di 45 minuti, offrendo loro un potente metodo per placare l’ansia da fuga che accompagna le loro giornate. Per concludere, allo stato attuale, la terapia farmacologica per la cura delle demenze e, in particolare, dell’Alzheimer svolge un ruolo importante per ridurre nelle fasi iniziali l’evoluzione della malattia. Nel successivo decorso della patologia neurodegenerativa il trattamento farmacologico perde la sua efficacia terapeutica e assume  valenza  per il controllo delle manifestazioni cliniche. Abbinare un adeguato e mirato regime alimentare, la stimolazione delle abilità residue specifiche per tipo di paziente e di demenza, applicando metodiche di stimolazione cognitiva, anche tramite approcci che utilizzano giochi elettronici, aiutano a frenare la perdita del patrimonio cellulare e contestualmente preservare le attività cerebrali residue.

Pubblicato il: 02-09-2016
Di:
FONTE : Fonti: Censis, Aima 2016 - Adi (Alzheimer's Disease International) 2014: ufficio stampa Action Agency

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