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Le IBD vere e proprie malattie sociali

L'acronimo sta per Inflammatory Bowel Disease, colpiscono quasi 200.000 italiani, maschi e femmine nel pieno della vita adulta, condizionando negativamente la vita sociale, affettiva e lavorativa.

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Le IBD vere e proprie malattie sociali Thinstock

Le malattie infiammatorie croniche intestinali sono sempre più diffuse e fra le più note e comuni si annoverano la malattia di Crohn e la retto-colite ulcerosa: la loro causa resta ancora sconosciuta, infatti vengono definite idiopatiche,  anche se probabilmente alla loro insorgenza concorrono fattori genetici, immunitari e ambientali.

Tali patologie insorgono, generalmente, nel pieno della vita lavorativa di maschi e femmine, intorno ai 15- 45 anni  e sono vere e proprie malattie sociali perché a causa dei frequenti monitoraggi clinico-strumentali e dei trattamenti terapeutici richiesti la vita dei pazienti e dei loro familiari risulta fortemente condizionata sia in ambito sociale che affettivo e lavorativo.

Come spiega il dottor Corrado Blandizzi, professore ordinario presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’università di Pisa :<< Gli studi sui fattori genetici che concorrono all’instaurarsi delle IBD sono molto attivi e sono stati finora presi in considerazione e valutati numerosi geni. Attualmente si ritiene che all’insorgenza delle IBD possano contribuire le mutazioni di alcuni geni, tra i quali NOD2, CARD1/NOD2, CDH1, Muc2, IRGM e MDR1, responsabili della biosintesi di proteine che regolano le risposte immunitarie e infiammatorie contro i batteri o i meccanismi della permeabilità della parete intestinale. Per quanto riguarda i fattori ambientali, l’ansia e la depressione sembra che possano essere sia causa che conseguenza delle IBD.  Se da un lato, infatti, la presenza di disturbi del tono dell’umore sembra contribuire allo sviluppo di colite ulcerosa, dall’altro, ansia e depressione sono causati dai sintomi somatici caratteristici delle IBD e dalla marcata alterazione della qualità di vita ad essi associata; anche lo stress psicogeno è un fattore di rischio importante per le IBD. Gli eventi della vita associati a stress, infatti, inducono l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il quale, a sua volta, deprime le funzioni del sistema immunitario, altera le funzioni digestive e può promuovere reazioni di natura infiammatoria a livello dell’intestino>>.

La malattia di Crohn e la retto-colite ulcerosa, pur presentando un corteo sintomatologico e una localizzazione non sovrapponibili, sono accomunate dal fatto di manifestarsi con periodi di riacutizzazione e di remissione.

Nelle fasi di remissione il paziente, spesso senza consultare il medico o il gastroenterologo, si sottopone a delle restrizioni dietetiche nella speranza di prolungare il più possibile la durata della remissione della propria patologia.

Come spiega ancora il professor Blandizzi :<< È stato ripetutamente suggerito che alcuni regimi alimentari, con particolare riguardo per diete povere di proteine, frutta, verdura e ricche di zuccheri e grassi animali possano costituire fattori di rischio per le IBD, ma il loro contributo non è stato dimostrato in maniera conclusiva. Per quanto riguarda il ruolo dell’alimentazione nella gestione terapeutica delle IBD è importante sottolineare come molti esperti ritengano che non ci siano particolari consigli dietetici da dare ai pazienti, e che l’unico aspetto importante, al quale prestare attenzione nella pratica clinica, sia quello di aiutarli a mantenere un buono stato nutrizionale e di evitare che la presenza dell’infiammazione cronica a livello della parete intestinale sfoci progressivamente in uno stato di malnutrizione. Nella pratica clinica capita spesso di scoprire che i pazienti, in piena autonomia, modificano le loro diete, nella convinzione che evitare o assumere specifici cibi possa risolvere lo stato patologico di base >>.

Non è un caso quindi che alcune indagini abbiano  evidenziato come circa il 90% dei pazienti con IBD considerino il controllo della dieta un aspetto importante della loro terapia; ma come solo il 20% riferisca di aver ricevuto consigli adeguati su come modificare la dieta, gestire il rischio di carenze nutrizionali o selezionare cibi a elevato valore nutrizionale.


Come però spiega e conclude il Professor Blandizzi è bene sapere che: <<Allo stato attuale delle conoscenze, l’evidenza scientifica che particolari regimi alimentari o diete possano incidere sulla fisiopatologia o i sintomi delle IBD è molto scarsa e spesso conflittuale. I principali regimi dietetici sui quali viene attualmente focalizzata l’attenzione, sono i seguenti:  assunzione di cibi ricchi di acidi grassi poli-insaturi ω3 (pesce, noci, semi);  diete ad elevato contenuto di fibre (orzo, avena, segale, legumi, noci, semi, cipolla, aglio);  dieta vegetariana;  dieta priva di lattosio; dieta SCD (specific carbohydrate diet), ovvero priva di cibi contenenti disaccaridi, oligosaccaridi e polisaccaridi; sono consentiti solo cibi ricchi di monosaccaridi (yoghurt senza lattosio; frutta fresca); dieta povera di cibi FODMAP (Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides, And Polyols), che sono tutti quelli ricchi di fruttosio, lattosio, fruttani/galattani e polialcoli; alcune evidenze preliminari suggeriscono che l’assunzione di questa dieta per determinati periodi si associ ad un miglioramento della sintomatologia IBD; dieta paleolitica (carne di cacciagione; frutta e verdura non da coltivazione; eliminare cereali, zuccheri raffinati e latticini); dieta senza glutine>>.

Pubblicato il: 21-10-2015
Di:
FONTE : Redazione-Comunicato Stampa

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