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Bella Napoli, ma infernale per gli anziani

Lo rivela una ricerca del Cnr che è riuscita a individuare le aree urbane più a rischio per gli over 65 in condizioni di caldo estremo: al primo posto la città partenopea, seguono Padova e Palermo

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Bella Napoli, ma infernale per gli anziani Thinstock

Un’estate come questa ce la ricorderemo; c’è chi ha rievocato quella del 2003 che in Francia fece molte vittime e in Italia secondo i dati del Ministero della Salute provocò 4.000 decessi. Indubbiamente i 40° del mese di luglio hanno ha messo a dura prova le fasce della popolazione più fragili, soprattutto gli anziani che vivono nelle grandi città. D’altro canto l’associazione tra temperature elevate e salute della popolazione è ormai ben dimostrata da molte ricerche a livello internazionale. Di recente, uno studio statunitense ha stimato un aumento del 3 per cento dei ricoveri ospedalieri delle persone sopra i 65 anni negli otto giorni successivi a condizioni di caldo estremo, sottolineando come il rischio di mortalità salga dall’1 al 3 per cento per un incremento della temperatura pari a 1 °C oltre una specifica soglia.

Come è noto, nelle grandi città l’effetto termico risulta amplificato dalla cosiddetta isola di calore (gli americani la chiamano urban heat island), ovvero dalla cementificazione e dalle superfici asfaltate che favoriscono l’accumulo di calore durante il giorno, rilasciato poi per irraggiamento durante la notte.

Su questo fronte, un contributo significativo arriva dall’Istituto di biometeorologia del Consiglio nazionale delle ricerche che ha realizzato una serie di mappe ad alta risoluzione delle città italiane più popolose, che riescono a indicare la distribuzione spaziale del rischio da caldo per la salute nella popolazione più anziana.

I ricercatori sono partiti da tredici anni (2001-2013) di dati satellitari della Nasa sulla temperatura superficiale del suolo e da dati Eurostat sulla densità della popolazione totale e anziana relativi al 2001. Una volta raccolti i dati, li hanno elaborati utilizzando la metodologia di valutazione del rischio validata dal progetto internazionale Asscue (acronimo di Adaptation strategies for climate change in the urban environment). Sono state prese in esame undici città: cinque al Nord, due al Centro, quattro nel Meridione. Il criterio di selezione delle città è stato la densità di popolazione che doveva superare i 400.000 abitanti. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Plos One.

«Il valore della ricerca - afferma Marco Morabito dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr- sta nel fatto che a livello urbano non esistono ancora sistemi di allerta caldo focalizzati sulle diverse zone. Sono disponibili solo valori soglia generali che riguardano l’intera area urbana. Noi, invece, li abbiamo differenziati zona per zona creando mappe con una risoluzione spaziale pari a 100 metri quadri».

L’indice da caldo diurno e notturno calcolato dall’Istituto individua cinque livelli di pericolo. Le mappe sviluppate mostrano i livelli più elevati di rischio da caldo concentrati nelle zone centrali degli agglomerati urbani e nelle città costiere, caratterizzate da un rischio più marcato rispetto a quelle dell’entroterra. Il livello di rischio raggiunge il picco nel 15-16 per cento circa dell’area napoletana, seguita da Padova (8-9 per cento) e Palermo (8 per cento).

L’esatta conoscenza delle zone urbane a maggior rischio è molto utile per pianificare e ottimizzare gli interventi delle autorità sanitarie durante i picchi di caldo estremo così da contrastarne gli effetti. «Ad esempio - conclude l’esperto - attraverso dati dettagliati come quelli che abbiamo prodotto, è possibile provvedere al rifornimento di acqua, al posizionamento di servizi sanitari temporanei o all’assistenza dei soggetti più a rischio. Ovviamente, il nostro interesse è rivolto agli anziani, ma anche ai bambini e ai malati cronici. La ricerca in oggetto si concentra sugli over 65 per l’abbondanza di dati a nostra disposizione su questa categoria. Abbiamo comunque un grande interesse ad allargare la ricerca alle altre fasce della popolazione, ma, in tal caso, sarà necessario analizzare zone più limitate».

Pubblicato il: 09-09-2015
Di:
FONTE : Dall'ufficio stampa dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr, intervista a Marco Morabito

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