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Salute Soffrire di cecità dall'occhio della mente

La tua immaginazione non funziona? Forse soffri di afantasia

Alcuni psicologi inglesi hanno scoperto recentemente un nuovo disturbo neurologico: si tratta dell'incapacità, per chi ne soffre, di utilizzare la memoria visiva e figurarsi immagini mentali. Il primo caso, descritto nel 2005, è stato causato da un'angioplastica: ma per la maggior parte dei soggetti studiati è congenita

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La tua immaginazione non funziona? Forse soffri di afantasia Thinstock

«Vieni con me e ti ritroverai in un mondo di pura immaginazione», cantava Gene Wilder interpretando uno dei suoi personaggi più famosi, Willy Wonka, il genio del cioccolato nato dalla fantasia di Roald Dahl. La fantasia ci può portare, semplicemente chiudendo gli occhi, in dei posti magnifici, e riportarci alla mente persone che non vediamo da anni, o addirittura che non abbiamo mai visto. Ma l'immaginazione non funziona allo stesso modo per tutti: e può capitare, in rari casi, che non funzioni affatto. Non è eccesso di cinismo ed esperienza: si tratta proprio di una condizione, definita come afantasia, nome piuttosto suggestivo ed auto-esplicativo. Si tratta del semplice mancato funzionamento del cosiddetto «occhio della mente»: laddove la maggior parte di noi, chiudendo gli occhi, riesce a figurarsi chiaramente il volto di una persona, o un oggetto, chi soffre di questa sindrome si trova al contrario di fronte al buio completo.

Tale patologia neurologica è stata scoperta e definita soltanto poco tempo fa: i ricercatori della University of Exeter Medical School ne hanno voluto indagare cause e caratteristiche, pubblicando il loro studio sulla rivista specializzata Cortex. Il primo soggetto descritto dalla comunità medica a soffrire di afantasia è un sessantacinquenne che nel 2005, dopo un intervento di angioplastica alle coronarie, ha realizzato che la sua memoria visiva, un tempo fervida e particolarmente forte, sembrava non funzionare più: per questo si rivolse ad Adam Zeman, famoso neurologo inglese, oggi tra gli autori dello studio sulla particolare patologia. La sua storia venne anche pubblicata sul New York Times: da quel momento altre persone si sono messe in contatto con l'esperto, vedendo la propria patologia descritta sulle colonne del popolare quotidiano. Un altro caso piuttosto emblematico è quello del signor Niel Kenmuir di Lancaster: intervistato dalla BBC News, l'inglese ha dichiarato come sin da bambino fosse consapevole di essere diverso dagli altri poiché suo padre adottivo, quando non riusciva a dormire, gli diceva di contare le pecore, ma lui si scopriva incapace a visualizzarle. Per questo motivo si pensa che la condizione possa essere in alcuni soggetti congenita, mentre in altri derivata da patologie pregresse o interventi chirurgici.

Onde verificare di soffrire di afantasia o meno, gli psicologi hanno concepito un test di auto-diagnosi, il Questionario sulla Vividezza dell'Immaginazione Visiva. Al soggetto viene chiesto di pensare ad un amico, o un parente, che incontriamo spesso, e di scegliere l'opzione tra quelle proposte che descrive meglio la precisione e la nitidezza con cui si riesce a visualizzarne i contorni del viso, delle spalle, del corpo: la scelta varia da «immagine vivida come se fosse la vita reale» a «nessuna immagine». Alcuni partecipanti allo studio si sono definiti piuttosto a loro agio con la disabilità, mentre altri hanno svelato un certo disagio: un volontario, in particolare, ha rivelato come si senta diverso rispetto agli altri, e come rimpianga di non poter più ricordare la madre prima della sua dipartita. D'altra parte, finalmente poter definire ciò che un tempo potevano soltanto descrivere, senza farsi troppo comprendere, da altri, vedersi riconoscere un problema reale, ha rappresentato una sorta di sollievo per tutti i partecipanti allo studio del Dottor Zeman.

La domanda sorge spontanea: cosa succede nel cervello degli individui che soffrono di afantasia? Per il momento si possono produrre solo ipotesi. La più accreditata dagli psicologi è che questa sindrome sia legata in qualche modo alla sinestesia, una sorta di confusione della percezione sensoriale, e della prosopagnosia, un disturbo del sistema nervoso che rende complicato per chi ne soffre riconoscere i volti delle persone. Tuttavia, per giungere a conclusioni più precise, occorrerà allargare il campione di studio, per il momento fermo a 21 soggetti, e controllare tramite risonanza magnetica l'attività cerebrale dei pazienti mentre sono concentrati nelll'atto dell'usare la propria disfunzionale immaginazione. 

Pubblicato il: 27-08-2015
Di:
FONTE : University of Exeter Medical School, Cortex, New York Times, BBC News

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