Sondaggio

Sondaggio

La scelta vegetariana: perché lo fai?
Vota

Terme di Comano

Comano: valle della salute
Vai allo speciale

Salute Demenze

Diagnosi precoce dell'Alzheimer: soluzione cercasi

Misurare la sostanza bianca cerebrale potrebbe essere un possibile test per la diagnosi dell'Alzheimer, nel frattempo, gli oltre 200 trial falliti sino ad oggi, allarmano la comunità scientifica internazionale che intende accelerare la ricerca su questa malattia

3.86 di 5
Diagnosi precoce dell'Alzheimer: soluzione cercasi Thinstock

La degenerazione della sostanza bianca cerebrale potrebbe rappresentare un nuovo marker precoce per diagnosticare l’Alzheimer. È questa la novità che arriva dai ricercatori del San Raffaele di Milano, emersa da uno studio finanziato dal Ministero della Salute e pubblicato di recente sulla rivista internazionale Radiology.

La malattia di Alzheimer è una patologia neurologica progressiva e irreversibile che altera la memoria e le funzioni cognitive. Si caratterizza per la presenza di depositi anomali (placche amiloidi e proteina tau) a livello del cervello che provocano una progressiva perdita di tessuto cerebrale. Non è ancora chiaro però quale sia il meccanismo in grado di innescarla.

In questo studio, i ricercatori del San Raffaele hanno utilizzato il Diffusion Tensor Imaging (DTI), uno strumento di risonanza magnetica super avanzato, grazie al quale hanno analizzato la sostanza bianca di 53 pazienti. Quest’ultimi erano affetti da tre tipi diversi di Alzheimer: quello ad esordio precoce e due varietà atipiche di Alzheimer giovanile, dette sindromi focali, che colpiscono soltanto alcune parti del cervello. Nello specifico, dall’analisi è emerso che tutti i pazienti avevano un esteso danno alla sostanza bianca e presentavano danni regionali a carico della sostanza grigia. Il danno alla sostanza bianca nei pazienti con sindromi focali era molto più grave e diffuso del previsto e non spiegabile semplicemente attraverso l'atrofia della sostanza grigia. 

«Siamo di fronte, senza dubbio, ad un lavoro di ricerca di grande livello e serietà, tuttavia, l’implicazione della degenerazione della sostanza bianca cerebrale nella malattia di Alzheimer potrebbe essere solo un epifenomeno come molti altri - spiega Claudio Mariani, docente di neurologia all’Università degli Studi di Milano e Direttore dell’Unità di Neurologia dell’Ospedale Sacco di Milano -.In altre parole, si potrebbe trattare di un fenomeno che influisce nella comparsa della malattia ma non fa parte delle cause scatenanti».

Negli ultimi dieci anni sono stati portati avanti, a livello mondiale, 200 trial di ricerca farmacologica nell’Alzheimer senza alcun risultato tangibile. Ora, i rappresentanti delle agenzie del farmaco di Regno Unito, Giappone, Canada, Stati Uniti, Danimarca, Germania, Svizzera, Italia e dell'Agenzia europea dei medicinali (Ema), insieme ad esponenti del mondo accademico, stanno affrontando le criticità legate alla sperimentazione di nuove terapie per le demenze. Ciò che sembra essere la soluzione condivisa è arrivare a un’accelerazione dei tempi di ricerca per capire sin da subito e rapidamente se quel determinato studio può giungere a una scoperta quantomeno plausibile. In caso contrario, si bloccherebbe  in tempi brevi e senza un’inutile spreco di denaro.

Come afferma Valentina Mantua, psichiatra e dirigente medico dell'Ufficio Assessment Europeo dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), fra il 2018 e il 2020 sono previste in arrivo due nuove molecole mirate al trattamento delle fasi precoci della malattia. Troppo poche però se confrontate con la perdita di oltre 30 miliardi di dollari registrata negli ultimi anni nella ricerca delle grandi aziende farmaceutiche attive in questo ambito. Si teme che se questo si ripeterà anche una sola volta, questo settore di ricerca verrà abbandonato.

Difficile predire il futuro, ma orientare gli studi clinici sull’Alzheimer in maniera più diretta e potenzialmente più efficace sì. Innanzitutto è importante comprendere che «la ricerca sull’Alzheimer deve lavorare sulla diagnosi pre demenza, in quanto, se la malattia ha già preso piede nel cervello non è possibile fermarla - continua Mariani -. I 200 trial clinici fatti sino ad oggi, sono falliti perché pretendevano di analizzare il cervello di persone già malate. Noi, presso il Sacco di Milano, ad esempio, stiamo lavorando a dei test super sensibili, i cosiddetti Free and Cued Selective Reminding Test (FCRST) che potrebbero predire la degenerazione cerebrale nella persona ancora sana».

Un altro problema è quello legato ai farmaci oggi disponibili per il trattamento di questa malattia, che sono «poco efficaci e troppo costosi - afferma ancora Mariani -. L’unico marker, invece, che potrebbe diventare decisivo è legato alla proteina beta amiloide che parrebbe essere la responsabile dell’inizio del processo degenerativo. Questa proteina, infatti, si aggrega in ammassi che alterano le comunicazioni tra le sinapsi nel cervello dei soggetti affetti da Alzheimer molto prima della comparsa delle caratteristiche placche. Questo marcatore potrebbe meritare ulteriori approfondimenti, anche se ci sono persone che hanno grandi quantità di amiloide nel cervello e non hanno l’Alzheimer».

Ad oggi, non esistono trattamenti realmente efficaci per questa malattia, ma si possono mettere in atto determinati accorgimenti per prevenirla. Innanzitutto, è fondamentale mantenere alta la riserva cognitiva del cervello per difenderlo il più a lungo possibile dalla possibile degenerazione. «La malattia di Alzheimer è fin troppo democratica e può colpire davvero tutti. È importante sottolineare che chi ha un’elevata attività cognitiva e molti interessi ha buone probabilità di ammalarsi in età avanzata. Una bassa riserva cognitiva è causata da diversi fattori, dalla scarsa attività fisica alla mancanza di attività cerebrale costante, insomma, da tutto ciò che provoca isolamento sociale e sensoriale» - conclude il professore.

Pubblicato il: 01-07-2015
Di:
FONTE : Lanci delle agenzie di stampa Ansa e Agi, intervista a Claudio Mariani

© 2019 sanihelp.it. All rights reserved.