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Ebola: l'epidemia mondiale (quasi) vinta

L'Oms ha comunicato ufficialmente la fine dell'epidemia di Ebola in Liberia, ma in Italia un infermiere italiano è colpito dal virus. Qual è la situazione? L'epidemia è sotto controllo o esistono ancora dei rischi concreti? Ne parliamo con gli specialisti infettivologi Adriano Lazzarin (San Raffaele Milano), e Giovanni Di Perri (Uni-Torino)

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Ebola: l'epidemia mondiale (quasi) vinta Thinstock

È tornata la febbre all'infermiere italiano affetto da Ebola e ricoverato dal 13 maggio all'Istituto Spallanzani di Roma. Come si legge nel bollettino medico diramato il 25 maggio e pubblicato dall'agenzia Ansa, «il paziente presenta sintomatologia febbrile, rimane vigile, collaborante e con parametri vitali nella norma, si alimenta autonomamente e assume terapia reidratante per via orale. La prognosi resta riservata».

Si tratta dell’ultimo caso occidentale colpito dall’epidemia di Ebola, iniziata nel dicembre del 2013 e diffusasi tra aprile e giugno del 2014 in Africa Occidentale, in particolar modo in Liberia e Sierra Leone. «Le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e di Medici Senza Frontiere sono state ignorate fino all’esplosione dell’epidemia - spiega Adriano Lazzarin, Presidente Icar, Conferenza Italiana dedicata allo studio e alla ricerca antivirale che nei giorni scorso a Riccione ha dedicato una sessione di apertura proprio a Ebola e ai rischi per il personale sanitario -. I diversi Paesi colpiti hanno pagato la loro impreparazione nell'affrontare un'epidemia di questa portata, mentre le organizzazioni internazionali hanno sottostimato la diffusione del virus nelle aree densamente popolate e non si sono curate del fattore di rischio legato alla mobilità della popolazione all’interno e all’esterno dei territori colpiti. Purtroppo, solo quando l'epidemia era ormai diventata incontrollabile, sono state intensificate le attività di sorveglianza attiva e le misure di prevenzione con il supporto di organizzazioni internazionali, governative e non governative».

Ma tornando in Italia e nello specifico al caso dell'infermiere sassarese che ha contratto il virus Ebola in Sierra Leone, è importante comprendere quali sono i principali meccanismi di contagio del virus e se sono cambiati i parametri di sicurezza. Giovanni Di Perri, dirigente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT)  e ordinario di malattie infettive all'Università di Torino spiega che «il serbatoio dell’infezione (ovvero l’organismo vivente che mantiene in essere il virus Ebola sul nostro pianeta) è verosimilmente il pipistrello della frutta che vive ai tropici e sub-tropici africani e nel sud-est asiatico. Questo pipistrello si ciba, appunto, di frutta e compete per quest’ultima con diverse specie di scimmie; in tempi di siccità e, più recentemente, per la riduzione delle foreste, l’habitat si è ridotto e la lotta al cibo si è fatta più accesa. L’uomo, quindi, può infettarsi per contatto con le scimmie o con gli stessi pipistrelli. Una volta passata dagli animali all’uomo, l’infezione può dar luogo a trasmissione inter-umana, generalmente attraverso contatti fra soggetti colpiti in fase sintomatica, operatori sanitari o chiunque altro condivida con i malati tempo, spazio e oggetti».

È ormai noto che il virus può essere trasmesso da una persona all’altra attraverso il contatto fra liquidi o secrezioni (sangue, urine, sperma, lacrime, sudore, saliva, secrezioni respiratorie) o tramite piccole ferite. L’Italia, in termini di prevenzione e contenimento, è all'avanguardia sia per le strutture sanitarie (Luigi Sacco di Milano e Lazzaro Spallanzani di Roma) dove sono presenti dei reparti speciali per il ricovero di questi malati, sia nell'avio trasporto di massima sicurezza. Ma quali sono le principali precauzioni da prendere per evitare il contagio? «Le probabilità più elevate di trasmissione sono confinate al malato con sintomi evidenti - continua Di Perri -; fra persone già infette, invece, ma non ancora clinicamente malate (come si è potuto verificare nel caso delle due infermiere americane e di quella spagnola), non si riscontrano grandi rischi di contagio. È quindi identificabile uno spartiacque di tipo clinico oltre il quale è necessario evitare qualsiasi tipo di contatto, tattile o respiratorio. Il ricovero e tutte le procedure assistenziali devono essere svolte in un ambiente ospedaliero riservato, con particolare attenzione alla gestione dei flussi aerei e dei filtri di ingresso ed uscita dalla stanza di ricovero».

Purtroppo, anche al di fuori delle regioni colpite dall’epidemia, esiste ancora il rischio di contrarre l’Ebola, benché i nuovi casi si siano (per fortuna) drasticamente ridotti. Esempio evidente è l’infermiere italiano che sta lottando in questi giorni contro la malattia.

Ma vediamo in che cosa consistono le cure a cui è sottoposto? «Non ci è dato sapere con precisione di che cosa si tratti; l’uso di farmaci sperimentali al di fuori dei protocolli convenzionali di studio è regolato da norme particolarmente rigorose, ed è oltretutto protetto da un severo riserbo - spiega il dirigente della SIMIT -. Ci risulta che siano stati impiegati in sequenza due farmaci antivirali sperimentali e che il malato abbia risposto positivamente sia in termini clinici che per quanto riguarda gli indicatori specifici virali (riduzione della viremia, ovvero della quantità di virus nel sangue)».

Ad oggi non esiste un trattamento ufficialmente riconosciuto contro l'Ebola e i singoli casi trattati, in occidente con farmaci sperimentali, non permettono ancora di trarre indicazioni definitive circa il valore delle diverse molecole impiegate. Tuttavia, «non tarderanno ad essere resi noti i risultati delle sperimentazioni cliniche in corso, che potranno chiarire quale terapia farmacologica sia in grado, non solo di curare il singolo paziente, ma soprattutto di ridurre rapidamente la contagiosità dei malati - conclude l'esperto -. Ad ogni modo, è importante sottolineare che, se il paziente viene immediatamente sottoposto ad una procedura di assistenza complessiva, reidratante e respiratoria invasiva, evitando di far precipitare il quadro clinico nella direzione dello shock emorragico, è possibile condurlo alla guarigione».

Di fatto, l’Oms ha ufficialmente dichiarato la fine dell’epidemia in Liberia, in seguito all'assenza di nuovi casi di Ebola a più di 40 giorni dall’ultima segnalazione; il numero più basso mai registrato nel 2015 (18 casi) è stato segnalato in Guinea e Sierra Leone nella settimana dal 27 aprile al 3 maggio scorsi. Conclude Lazzarin: «questa epidemia ha rivelato un quadro di profonda vulnerabilità dei Paesi in via di sviluppo, incapaci di fronteggiare autonomamente emergenze sanitarie di tale portata. Inoltre, ha evidenziato come i modelli epidemiologici di previsione della diffusione delle malattie infettive debbano essere rivisti alla luce delle mutate condizioni culturali ed economiche di questi Stati. Infine, l'epidemia ha insegnato molto in termini di capacità di reazione nazionale e sovranazionale, consentendo a strutture di alta specializzazione di testare positivamente la loro capacità di gestire, sia dal punto di vista medico (clinica e laboratorio), che da quello della comunicazione, eventi di straordinaria complessità».

Pubblicato il: 27-05-2015
Di:
FONTE : Dall'ufficio stampa di Icar, Conferenza Italiana dedicata allo studio e alla ricerca antivirale, intervista a Adriano Lazzarin e Giovanni Di Perri

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