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Salute Dalla ricerca scientifica

Passi avanti nella terapia dell'Alzheimer

Da qui a pochi anni l'insorgere di questa grave patologia neurodegenerativa potrebbe essere rallentato grazie a un nuovo farmaco attualmente in sperimentazione

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Passi avanti nella terapia dell'Alzheimer Thinstock

Interessanti passi avanti dalla ricerca scientifica verso la soluzione al morbo di Alzheimer, la più comune forma di demenza di cui soffrono circa 44 milioni di persone nel mondo (World Alzheimer Report 2014). È una malattia definita orfana di cura, in altre parole non esiste oggi un farmaco in grado di debellarla. Sono disponibili soltanto alcune soluzioni terapeutiche che possono rallentarne il decorso, perdendo però di efficacia quando si presenta la completa degenerazione neuronale.

Da qui a pochi anni, tuttavia, l’insorgere dell'Alzheimer potrebbe essere rallentato grazie a un nuovo farmaco (anticorpo) anti-beta amiloide attualmente in sperimentazione. Lo studio, portato avanti da una nota azienda biofarmaceutica multinazionale, è stato discusso a Genova nel corso del decimo convegno nazionale dell’Associazione Autonoma Aderente alla SIN per le Demenze (SIN-DEM Società Italiana di Neurologia). «Questo nuovo trial di ricerca è molto simile ad altri già in studio, l’obiettivo comune è rimuovere la proteina che provoca la morte neuronale - spiega Carlo Ferrarese, neurologo, direttore scientifico del Centro di Neuroscienze dell'Università di Milano-Bicocca -. Tuttavia, questo studio in particolare ha portato finora a risultati largamente più efficaci rispetto agli altri».

La scoperta della struttura della beta amiloide, la proteina che si deposita tra i neuroni compromettendone la funzionalità e provocandone la morte, è frutto di uno studio coordinato da Antonino Cattaneo dell’Istituto europeo per la ricerca sul cervello e docente alla Scuola normale di Pisa, pubblicato nel 2013 sulla rivista Nature Communications. Dalla ricerca emerse che la causa dell’Alzheimer è riconducibile all'accumulo di una determinata famiglia di molecole, i cosiddetti oligomeri del peptide Abeta, responsabili della formazione della proteina beta-amiloide. Tale rivelazione è stata da subito importantissima sia per la diagnosi precoce della malattia, sia per lo sviluppo di soluzioni terapeutiche efficaci.

Tornando al nuovo farmaco, gli ultimi step di ricerca mostrano che per ritardare il decorso della malattia è necessario intervenire su pazienti asintomatici, in altre parole quando la malattia non ha ancora preso piede. Oggi, infatti, è possibile diagnosticare preventivamente l’Alzheimer o tramite strumenti per immagini come la PET al cervello,che permette di individuare la presenza di beta-amiloide, o grazie al prelievo di liquido spinale nel tratto lombare o ancora con un semplice prelievo del sangue.

Saranno necessari ora ulteriori approfondimenti per dimostrare la validità del farmaco. Tuttavia, è già possibile affermare che il nuovo anticorpo anti-beta amiloide «risulta più stabile nel sangue rispetto agli altri, perché è molto simile a quelli già presenti nel nostro organismo - continua Ferrarese -. Ciò che è certo sin da ora è che per far sì che questi farmaci funzionino sarà necessario somministrarli al paziente sin dalle fasi più precoci della malattia».

Le risposte definitive saranno disponibili solo nel 2017/2018, nel frattempo non resta che fare prevenzione. Secondo gli esperti internazionali, infatti, anche se le cause dell’Alzheimer non sono ancora del tutto chiare, ci sono sette fattori di rischio che portano alla sua insorgenza: il diabete, l’ipertensione, l’obesità, il fumo, la depressione, l’ozio e la bassa scolarizzazione.

Pubblicato il: 15-04-2015
Di:
FONTE : Da un lancio Ansa, intervista a Carlo Ferrarese

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