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Salute Chirurgia

Funziona il trapianto con il cuore resuscitato

In Gran Bretagna un uomo vive da un mese con l'organo prelevato non battente e fatto rivivere grazie ad un dispositivo ideato negli Usa. Il metodo potrebbe aumentare del 25 per cento gli interventi

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Funziona il trapianto con il cuore resuscitato Thinstock

Per l’Europa è un'assoluta novità anche se il primo tentativo riuscito è stato fatto in Australia l’anno scorso: un cuore «defunto», senza battito, è stato «rianimato» e trapiantato nel torace di un uomo inglese in condizioni cardiache disperate, in lista d’attesa da quasi sette anni.

L’intervento realizzato circa un mese fa al Papworth Hospital di Cambridge, uno dei centri all’avanguardia nella chirurgia dei trapianti del Regno Unito e non solo, ha avuto successo: il paziente, un meccanico sessantenne, sta bene, anzi, sta ogni giorno meglio. Finora, a partire dal primo storico trapianto realizzato da Christian Barnard a Città del Capo nel 1967, sono stati utilizzati soltanto cuori «battenti», prelevati da persone con elettroencefalogramma piatto, dopo l’accertamento di morte cerebrale. Non si pensava che il delicato muscolo cardiaco potesse riprendersi se cessa di battere; invece il nuovo metodo, heart in a box, ideato negli Stati Uniti, ha consentito di ravviarlo dopo cinque minuti alimentandolo con ossigeno, sangue e nutrienti e mantenendolo a temperatura corporea. L’équipe del Papworth per avere la certezza dell’efficienza del cuore «resuscitato» l’ha fatto pulsare nella scatola per tre ore prima di trasferirlo nel torace del malato. Si tratta, comunque, di un dispositivo già utilizzato con successo per far sopravvivere fuori dal corpo umano polmoni, fegato e reni.

«Infatti questo apparecchio può essere utilizzato anche in condizioni di prelievo «a cuore battente» - precisa Maria Frigerio, Direttore del Dipartimento Cardiotoracovascolare De Gasperis dell’ospedale Niguarda di Milano - per verificare l'effettiva possibilità di recupero funzionale di organi che per qualche ragione non ci lasciano tranquilli. È disponibile anche in Italia, ma è molto costoso». In effetti, un apparecchio di questo tipo ha un prezzo di 205mila euro cui si devono aggiungere altri 34mila per ogni trapianto. L’Inghilterra è stata la prima a prevederne la sperimentazione e stando agli esperti d’oltremanica potrebbe aumentare l’attività di trapianto di cuore del 25 per cento.

«In realtà è difficile fare previsioni, specialmente se si mettono a confronto paesi con differenze significative nel numero di trapianti di cuore per milione di abitanti, nel numero di centri autorizzati a questo tipo d’intervento (non più di 5 nel Regno Unito, 20 in Italia), nell'utilizzo dei dispositivi di assistenza circolatoria, i cosiddetti «cuori artificiali » come ponte o alternativa al trapianto - aggiunge la cardiologa milanese -. Poi forse è un po' presto per valutarne i risultati; bisogna avere più dettagli prima di poter fare una stima realistica del numero aggiuntivo di trapianti realizzabile con l'ausilio di questo apparecchio (sia per cuori fermi sia per cuori, diciamo così, stanchi)».

Al momento attuale in Italia il trapianto di cuore è in sofferenza, con un numero di nuove iscrizioni in lista d’attesa doppio rispetto al numero di trapianti effettuati ogni anno, tra 220 e 300 dal 2010 a oggi. «Il nostro programma di trapianto di cuore a Niguarda è uno dei più attivi a livello nazionale -  informa la dottoressa Frigerio -; l'anno scorso siamo stati i primi con 29 trapianti. Vista la carenza di organi, abbiamo da tempo affiancato ai trapianti l'impianto dei «cuori artificiali» come terapia di lungo periodo, anche oltre i 5-7 anni, in soggetti la cui probabilità di sopravvivenza senza questa alternativa è inferiore al 30-40 per cento ad un anno. Quest'anno, per la prima volta, il numero di impianti di questi dispositivi di assistenza ventricolare ha superato (addirittura doppiato, 6 contro 3) quello dei trapianti. Questa terapia limita le necessità urgenti ma non toglie importanza al trapianto, da qui la necessità che ciascuno faccia la propria parte (i cittadini con la disponibilità alla donazione, il servizio sanitario con l'organizzazione) per massimizzarne il numero e i risultati».

Pubblicato il: 08-04-2015
Di:
FONTE : Da un lancio ANSA, intervista a Maria Frigerio dell'ospedale Niguarda-Ca' Granda di Milano

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