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Salute Disturbi dell'alimentazione

Digiuno d'amore

Fabiola De Clercq, nota scrittirce di libri di successo sui disturbi del comportamento alimentare e presidente dell'Associazione Bulimia e Anoressia, racconta le molte sfumature che risiedono dietro a due mali molto diffusi: anoressia e bulimia

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Digiuno d'amore Thinstock

Un digiuno affettivo, un digiuno di desideri, un digiuno d’amore. Stando ai dati dell’Associazione Bulimia e Anoressia (ABA), in Italia sono più di tre milioni le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, nell'85 per cento dei casi donne adulte, adolescenti e bambine; in circa il 20 per cento, uomini. Quasi dieci anoressiche e bulimiche su centosono tra i 12 e i 25 anni e una su due ne soffre in forma grave.

Anoressia e bulimia sono un male di vivere che fatica a trovare parole per essere espresso, a volte l’unico segnale arriva quando la famiglia si riunisce a tavola con il posto vuoto, titolo della serata organizzata al Teatro dell’Istituto Marcelline di piazza Tommaseo a Milano lo scorso 15 gennaio nell’ambito del ciclo di incontri Di che cosa abbiamo fame, pensati per accostarsi al grande tema dell’EXPO Nutrire il pianeta.

Durante l’incontro, a parlare di queste malattie è stata Fabiola De Clercq, nota scrittrice che nel 1990 ha raccontato la sua esperienza di bulimia e anoressia nel libro autobiografico Tutto il pane del mondo e che, nel 1991, ha fondato ABA, punto cardine di ricerca sui disordini alimentari e di accoglienza per le persone che ne soffrono.

Donna, moglie e madre, proprio grazie ai suoi quattro libri e alla sua Associazione, Fabiola è considerata la personache ha sconfittoil muro di omertà. «Ho scritto il mio primo libro per abbattere i tabù che circondavano l’anoressia e la bulimia, perché vedevo tante persone che non sapevano dare un nome alla magrezza estrema o all’insaziabile voglia di cibo - racconta De Clercq in un’intervista rilasciata a Il Giornale.it a margine della serata -. Nei disturbi alimentari si raggiungono estremi pericolosissimi che non possono essere fermati se non riconoscendo e accettando la malattia».

Il terzo libro di Fabiola dà unadefinizione precisa di anoressia e bulimia: Fame d'amore. Che è colpito da queste malattie, infatti, «non ha bisogno o meno di cibo, ma è alla disperata ricerca di attenzione, affetto e amore - spiega ancora la scrittrice -. L’anoressia è un gesto estremo che scatta per la volontà di tenere a bada per sempre il bisogno di tutto: siccome non posso avere tutto, allora non mangio più niente e non sento più il bisogno. Sotto l’anoressia è sempre presente la bulimia in maniera fin troppo florida»

Queste due malattie, spesso complementari l’una all’altra, solitamente nascono da una dieta, dalla volontà della ragazza di perdere qualche chilo. Da due chili si passa a cinque, poi a dieci e così via, finché non si arriva a quella che gli esperti definiscono dispercezione dell’immagine, in altre parole il percepirsisempre grassi. «Quando in una ragazza scatta questo meccanismo è impossibile fermarla, neanche parlandole dei rischi a cui va incontro, perché non è consapevole della sua situazione - continua De Clercq -. E i rischi non sono di poco conto. Una persona affetta da anoressia, infatti, dopo solo due mesi può andare incontro a amenorrea (perdita delle mestruazioni ndr), a osteoporosi che provoca fratture spontanee delle ossa, a decalcificazione dei denti e, come sappiamo, anche alla morte».

Esistono due tipi di anoressia: la restrittiva ovvero quei casi in cui il soggetto non mangia né vomita e l’anoressia più comune, ovvero chi mangia anche 1000 euro di cibo al mese rimettendo. «Oggi, l’anoressia restrittiva è meno comune di quindici o vent’anni fa - continua la presidente di ABA - forse a causa del consumismo che ha portato i giovani a fare più fatica a imporsi delle rinunce così grandi, o forse perché prevale il senso di sopravvivenza che porta a non riuscire a privarsi completamente del cibo».

ABA porta avanti da oltre vent’anni nella sua sede di Milano e nei quattordici centri associati su tutto il territorio nazionale, le sue attività di cura, ascolto e conoscenza delle persone affette da disturbi dell’alimentazione credendo che ogni gesto, ogni atto sia preceduto da un pensiero. In ABA non si parla mai di cibo ma di vita e di emozioni, il modello teorico di riferimentoè il campo relazionale, termine che descrive l’importanza del costruire insieme, pazienti e terapeuti, la cura sulla persona. Spiega ancora Fabiola: «Una volta compreso il motivo scatenante del problema è fondamentale procedere con una terapia su misura. Per esempio, una figlia può rimproverare i genitori facendo del male al proprio corpo; già comprendere il problema e poterlo dire può incoraggiare la ragazza a farsi meno male».

Ma qual è il percorso di cura di una ragazza che si rivolge a ABA? «Innanzitutto, verrà assistita dal nostro sportello di ascolto (numero verde 800165616), poi avrà un colloquio con una delle nostre psicologhe per comprendere di che tipo di aiuto ha bisogno. In seguito, non in forma obbligatoria e solo all'interno di un preciso percorso di terapia, sarà visitata da un medico per controllare lo stato di salute, ma senza l’utilizzo della bilancia - spiega la De Clercq -. Per mia volontà in ABA la bilancia è bandita, i nostri medici capiscono ad occhio il peso della paziente e non esiste dieta, noi non diciamo che cosa mangiare, noi cerchiamo di risolvere il problema alla radice, una volta capita e risolta la causa, il disturbo alimentare rientra da solo. Non serve intervenire sull’alimentazione, ma sulla mancanza di amore ...Spesso, la malattia di una figlia diventa un’opportunità per la famiglia: noi crediamo nella terapia individuale con i genitori, sempre con le madri, ma anche con i padri. Infatti, la bulimia è spesso causata da padri assenti che hanno delegato tutto alla moglie, creando gravi scompensi nelle figlie».

ABA non è solo un luogo di cura; è convinzione di Fabiola De Clercq che sia necessario sdrammatizzare la malattia, compito spesso difficile perché le stesse famiglie o non riconoscono il problema o, se lo vedono, lo drammatizzando oltre modo. I centri ABA sono più simili a delle vere e proprie case piuttosto che a degli ospedali, dei luoghi dove le persone possono recarsi a studiare, a ridere, a chiacchierare, ecc.

Negli uomini, infine, i disturbi alimentari nascono per tutt’altre ragioni. Infatti, mentre la donna fa uso del proprio corpo come espressione della propria personalità, sia nel bene che nel male, l’uomo utilizza altri metodi più legati alla sfera sociale. Tuttavia, la cosiddetta vigoressia (anoressia maschile) inizia da «una ossessione verso il muscolo, dalla volontà di eliminare tutti i grassi e potenziare al massimo la massa muscolare - spiega ancora Fabiola -. L’attività fisica diventa una droga, un’ossessione anche perché il tanto movimento produce endorfine che, come è noto, hanno azione antidepressiva. Dietro tutti i disturbi alimentari, infatti, si cela una forte depressione, ma d’altra parte siamo tutti un po’ depressi e tutti abbiamo bisogno di tutto».

Pubblicato il: 28-01-2015
Di:
FONTE : Intervista a Fabiola De Clercq, presidente dell'Associazione Bulimia e Anoressia

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