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Salute Oncologia

Il bronco si rigenera grazie alle staminali

Grande successo a Milano dove un gruppo di ricercatori ha portato a termine la prima applicazione di cellule staminali riparatrici per rimarginare una fistole post-chirurgica in un uomo 42enne operato precedentemente per tumore al polmone

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Il bronco si rigenera grazie alle staminali Thinstock

Una nuova tecnica potrebbe decretare la soluzione definitiva al grave problema delle fistole post-chirurgiche, che possono presentarsi in seguito ad un intervento di asportazione di un tumore pleurico (interessa i foglietti pleurici che rivestono i polmoni e la superficie interna della cavità toracica). Si tratta di un metodo di riparazione del tessuto bronchiale che utilizza cellule staminali autologhe (prelevate direttamente dal paziente) in grado di rigenerare i tessuti in cui sono trasferite.

La tecnica, esito di uno studio sperimentale partito nel 2009 e pubblicato dalla rivista Annals of Thoracic Surgery, è stata sviluppata da Francesco Petrella, vice direttore della Divisione di Chirurgia Toracica dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano, in collaborazione con la Cell Factory della Fondazione Ca' Granda Policlinico di Milano e con Fabio Acocella del Dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università Statale.

Una fistola post-chirurgica è una sorta di ferita aperta tra il bronco e il cavo pleurico, dovuta alla mancata cicatrizzazione naturale che normalmente avviene dopo l’intervento. «Sono svariate le cause che portano alla comparsa di una o più fistole - spiega Petrella -. Due le principali: perdita dei vasi sanguigni del bronco causata dalla chemioterapia e quindi alterazione della cicatrizzazione del moncone sezionato, o altre malattie del paziente, come il diabete che provoca un’alterazione della guarigione della ferita».

Si stima che la fistola post-chirurgica si produca in circa l'8/12 percento dei casi di pneumonectomia (asportazione completa di un polmone), nel 1/3 percento dei casi di lobectomia, (asportazione parziale del polmone) e che possa essere letale nel 70 percento dei casi. «È davvero complicato trattarla. Tradizionalmente si interviene con metodi di salvataggio invalidanti - continua il ricercatore -. In alcuni casi si procede applicando una sorta di colla che chiude la ferita ma che spesso, non integrandosi con l’organismo, si stacca provocando serie complicazioni. Nei casi più gravi, invece, si effettua un intervento invasivo che consiste nel creare un foro nel torace da dove una o due volte al giorno il medico può inserire delle garze per sterilizzare il cavo pleurico, compromesso dai batteri che passano dalla fistole. Questo intervento, altamente invalidante per il paziente, si effettua solo in casi estremi e cioè quando le infezioni batteriche potrebbero essere letali».

Oggi però le cose potrebbero davvero cambiare. Questo primo caso sperimentale, infatti, pubblicato recentemente dalla rivista New England Journal of Medicine, è stato un  successo, il paziente non ha recidive oncologiche e la fistola è definitivamente chiusa. Ciò che hanno fatto i ricercatori, guidati da Petrella, è stato prelevare le cellule (cellule staminali adulte mesenchimali) dal midollo osseo del paziente, un giovane di 42 anni sottoposto all’asportazione del polmone destro per tumore pleurico, e iniettarle tramite una metodica mininvasiva (broncoscopia flessibile) nell'area del  bronco dove si era creata la fistola. Spiega ancora Petrella: «Grazie al broncoscopio abbiamo iniettato sopra la ferita, al di sotto della mucosa, dei piccoli agglomerati  di cellule staminali e abbiamo atteso che la fistola si rimarginasse». Grazie al tessuto nuovo creato dalle staminali.

La  metodica si è rivelata efficace nello stimolare la cicatrizzazione del bronco, evitando così altri interventi. Le cellule staminali mesenchimali, infatti, sono in grado di migrare ed attecchire nelle aree di infiammazione e di danno ai tessuti. Una volta impiantate hanno la capacità di instaurare un contatto con il microambiente cellulare circostante che consente un processo di rigenerazione del tessuto.

Tuttavia, questa tecnica è ancora agli albori, si tratta del primo caso umano. «Sono necessari approfondimenti, studi e protocolli sia clinici sia sperimentali prima che possa diventare standard - precisa il medico dello IEO -. Inoltre, si trattava di un paziente giovane, con una grande attività midollare, tanto da permetterci di prelevare 10milioni di cellule staminali, e di una fistola di grandezza contenuta. Certamente ciò che abbiamo fatto è dimostrare che le staminali adulte possono indurre una riparazione naturale, un importante punto di partenza che ora deve portare all’inizio di studi su più pazienti. Occorre arrivare a formulare delle linee guida per questo tipo di tecnica, - conclude Petrella - delle dosi chiare, tenendo presente però che siamo nell’ambito della terapia personalizzata».

Pubblicato il: 21-01-2015
Di:
FONTE : Dall'ufficio stampa dell'Istituto Europeo di Oncologia, intervista a Francesco Petrella

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